Stare bene
Intolleranze alimentari e test
In breve
- L'intolleranza è dose-dipendente, l'allergia no. È la differenza pratica più importante: l'allergia richiede eliminazione totale, l'intolleranza quasi mai.
- Molti di quelli che si credono intolleranti digeriscono male e basta: fastidio vero, causa diversa. I sintomi gastrici (pesantezza, pienezza precoce, bruciore) parlano di come mangi, non di cosa.
- I test IgG, del capello, il Vega test, la kinesiologia e il citotossico non hanno validità diagnostica. Le società scientifiche di allergologia ne sconsigliano esplicitamente l'uso.
- Negli studi in cieco, la maggioranza degli autodiagnosticati non reagisce all'alimento sospettato. I sintomi compaiono anche col placebo: l'aspettativa produce sintomi veri, e questo cambia dove cercare.
- I test validi sono pochi e precisi: breath test all'idrogeno (con le riserve spiegate nella zona grigia dei test), anticorpi per la celiachia, prick test e IgE specifiche, test di provocazione orale.
- I test si fanno prima di togliere, e vale soprattutto per la celiachia: se elimini il glutine prima, gli esami si negativizzano e la diagnosi diventa impossibile.
- Molte persone convinte di reagire al glutine reagiscono ai fruttani, che sono un'altra cosa e lasciano margini di manovra enormi.
- I sintomi da soli non distinguono niente. Gonfiore, mal di testa e stanchezza compaiono in tutti i quadri e anche in nessuno: è per questo che serve un percorso e non un'impressione.
- Leaky gut, SIBO usata come etichetta, candidosi dell'adulto sano, cure per i parassiti e pulizie del colon non sono diagnosi. I fenomeni sottostanti a volte esistono, la versione che ti vendono no.
- Rezaie A et al. (2017). Hydrogen and Methane-Based Breath Testing in Gastrointestinal Disorders: The North American Consensus. American Journal of Gastroenterology 112(5): 775-784. doi.org/10.1038/ajg.2017.46
- Biesiekierski JR et al. (2013). No Effects of Gluten in Patients With Self-Reported Non-Celiac Gluten Sensitivity After Dietary Reduction of Fermentable, Poorly Absorbed, Short-Chain Carbohydrates. Gastroenterology 145(2): 320-328. doi.org/10.1053/j.gastro.2013.04.051
- Wüthrich B. (2005). Unproven Techniques in Allergy Diagnosis. Journal of Investigational Allergology and Clinical Immunology 15(2): 86-90.
- Drossman DA. (2016). Functional Gastrointestinal Disorders: History, Pathophysiology, Clinical Features and Rome IV. Gastroenterology 150(6): 1262-1279. doi.org/10.1053/j.gastro.2016.02.032
Ogni settimana qualcuno arriva in studio con un foglio in mano. Venti alimenti evidenziati, tre colonne di crocette, un logo in alto. E la domanda è sempre la stessa: "quindi devo togliere tutte queste cose?". Quasi sempre la risposta è no, e il problema non è il paziente: è il foglio.
Questa guida serve a rispondere a una domanda sola: come si capisce davvero se un alimento ti fa male? E la risposta è meno intuitiva di quanto sembri, perché il modo più naturale di procedere (togli, guarda cosa succede, trai le conclusioni) è anche quello che produce più errori.
Il motivo è che intorno alle intolleranze si è costruito un mercato. Test venduti in farmacia, referti con liste di alimenti da eliminare, diagnosi che non esistono. E a pagarla non è solo il portafoglio: è la dieta, che ti ritrovi ristretta per mesi sulla base di quel foglio.
Ti avviso subito che qui sarò molto più netto che altrove. Sui test esistono dati chiari e posizioni ufficiali delle società scientifiche, quindi non c'è molto da sfumare: alcuni funzionano, altri no, e la differenza si sa. Dove invece la ricerca è ancora aperta, te lo dico.
Se sei arrivato qui perché hai la pancia gonfia o vai male in bagno, prima di indagare vale la pena leggere la guida su pancia gonfia, stitichezza e digestione: nella maggior parte dei casi il problema si risolve lì, senza togliere niente e senza fare nessun test.
Allergia, intolleranza, sensibilità: non sono la stessa cosa
Partiamo dalle definizioni, perché vengono usate a caso e la confusione è la benzina di tutto il resto.
- Allergia alimentare: reazione del sistema immunitario mediata da IgE. Rapida, riproducibile, scatenata anche da quantità minime, potenzialmente grave. Si diagnostica dall'allergologo.
- Intolleranza alimentare: reazione non immunitaria, quasi sempre enzimatica o legata al trasporto e all'assorbimento. Dose-dipendente: una quantità piccola passa, una grande no.
- Malattia autoimmune scatenata da un alimento: la celiachia. Categoria a sé, con criteri diagnostici precisi e la necessità di un'esclusione rigorosa e permanente.
- Sensibilità: contenitore per quadri reali ma con meccanismi non del tutto chiariti e senza test diagnostici. È la casella dove finisce più marketing che scienza, e va maneggiata con cautela in entrambe le direzioni.
- Indigestione (dispepsia): cattiva digestione. Non è una reazione a un alimento, è lo stomaco che lavora male. Ed è la categoria in cui rientra, secondo me, la maggior parte delle persone che si crede intollerante.
La confusione più frequente: intolleranza o è solo cattiva digestione?
Questa distinzione la metto per prima perché risolve più casi di tutte le altre messe insieme.
La dispepsia, che in italiano chiamiamo semplicemente cattiva digestione, è un disturbo funzionale dello stomaco: pesantezza dopo mangiato, pienezza precoce (ti riempi dopo poche forchettate), bruciore, nausea. Lo stomaco è integro, ma si svuota lentamente o è più sensibile del normale.
Non è una reazione a una molecola. È una reazione a come è fatto quel pasto: quanto era abbondante, quanto era grasso, in quanto tempo l'hai mangiato, in che stato eri.
| Sembra un'intolleranza | È probabilmente cattiva digestione |
|---|---|
| Lo stesso alimento ti dà fastidio quasi sempre, anche in quantità piccole | Il fastidio dipende più da come hai mangiato (fretta, porzioni, stress) che da cosa |
| I sintomi sono intestinali: gas, gonfiore basso, urgenza, alterazioni dell'alvo | I sintomi sono gastrici: pesantezza, pienezza precoce, bruciore, nausea |
| Compaiono dopo mezz'ora o qualche ora | Compaiono durante o subito dopo il pasto |
| Succede anche quando mangi con calma e in porzione normale | Succede soprattutto con pasti abbondanti, grassi o mangiati in fretta |
| È legato a un alimento o a un gruppo preciso | È legato a periodi di stress, sonno scarso, orari sballati |
Se ti riconosci nella colonna di destra, non ti serve un test: ti serve cambiare come mangi. Masticare, porzioni più contenute, meno grassi per pasto, non sdraiarsi dopo, e non mangiare davanti a uno schermo con una scadenza addosso. Lo trovi tutto nella guida su pancia gonfia e digestione, ed è il motivo per cui ti chiedo di leggerla prima di indagare qui.
Una nota che chiude il cerchio: le due cose convivono benissimo. Si può avere un'intolleranza al lattosio e digerire male, e in quel caso togliere il latte migliora solo una metà del problema. È una delle ragioni per cui le eliminazioni "funzionano a metà" e la gente conclude di essere intollerante anche ad altro.
La conseguenza pratica è enorme, ed è il motivo per cui questa distinzione apre la guida. L'allergia richiede eliminazione totale. L'intolleranza quasi mai: si tratta di trovare la tua soglia, non di cancellare un alimento. Chi tratta un'intolleranza come un'allergia si toglie da solo cibi che tollererebbe benissimo in porzioni normali.
I sintomi, e perché non bastano
Ti do il quadro completo, ma con un avvertimento in testa: i sintomi da soli non permettono di distinguere una categoria dall'altra, e il motivo è che si sovrappongono quasi tutti. Serve saperlo prima di leggerli, altrimenti si finisce per autodiagnosticarsi.
Allergia alimentare
Compare in pochi minuti fino a due ore dall'ingestione, anche con quantità minime, ed è riproducibile: la stessa esposizione dà la stessa reazione. Prurito e formicolio a labbra e bocca, orticaria, gonfiore di labbra o palpebre, vomito, dolore addominale, sintomi respiratori. Nei casi gravi, l'anafilassi. Se hai avuto una reazione di questo tipo, non è materia di diete di eliminazione: è l'allergologo, e in fretta.
Intolleranza (lattosio, fruttosio, polioli)
Compare in genere da mezz'ora a qualche ora, ed è dose-dipendente: la stessa quantità piccola passa, quella grande no. I sintomi sono quasi esclusivamente intestinali: gonfiore, gas, borborigmi, crampi, a volte diarrea. Non c'è orticaria, non c'è gonfiore delle labbra, non ci sono sintomi respiratori.
Celiachia (spesso non digestiva)
È il quadro che sfugge di più, per tre motivi che lo distinguono da tutti gli altri. Non c'è una finestra temporale: il danno è cumulativo, non legato al singolo pasto. Non c'è una soglia. E i sintomi possono essere tutt'altro che digestivi, tanto che ci sono celiaci con disturbi intestinali minimi o del tutto assenti. È la ragione per cui tante diagnosi arrivano con anni di ritardo.
Se stai cercando i segnali da guardare, li trovi tutti nella sezione dedicata, insieme al percorso diagnostico.
Sensibilità
Qui devo essere onesto: non c'è un quadro sintomatologico che la caratterizzi. I sintomi descritti sono sovrapponibili a tutto il resto, non c'è un test, e la diagnosi si fa per esclusione dopo aver scartato le altre categorie. È la casella in cui si finisce quando il resto è negativo, e proprio per questo è anche quella dove si infila più marketing. L'unica forma con basi solide è quella al glutine non celiaca, e anche lì il colpevole spesso è un altro (i fruttani).
Cattiva digestione (dispepsia)
Compare durante o subito dopo il pasto, e i sintomi sono gastrici: pesantezza, pienezza dopo poche forchettate, bruciore, nausea, eruttazioni. Varia molto da un pasto all'altro, perché dipende da quanto era abbondante e grasso e da come l'hai mangiato.
Adesso guarda l'elenco dall'alto e nota il problema. Il gonfiore compare in quasi tutte le categorie. Il dolore addominale in tutte. La stanchezza in due, e in una terza (la dispepsia) sotto forma di pesantezza. Se cerchi online "sintomi intolleranza alimentare" trovi liste che includono mal di testa, brufoli, ritenzione idrica e nebbia mentale, e a quel punto chiunque rientra nella descrizione. Ed è esattamente su questo che si regge il mercato dei test.
Le uniche cose che orientano davvero sono tre: la velocità di comparsa, la riproducibilità (succede sempre o solo a volte?) e il tipo di sintomo (gastrico o intestinale, digestivo o sistemico). Il resto va accertato, non intuito.
Gli alimenti sotto accusa, uno per uno
Sono nove casi, e coprono la quasi totalità di quello che vedo. Per ognuno: perché dà fastidio, quanto se ne può mangiare, e come si accerta.
Intolleranza al lattosio
È l'intolleranza più comune e la più fraintesa. È una questione di quantità di lattasi disponibile: se ne hai poca, il lattosio non digerito arriva nel colon, richiama acqua e viene fermentato. Gonfiore, gas, a volte diarrea.
Il dato che cambia le abitudini di tante persone: la maggior parte degli intolleranti tollera senza sintomi rilevanti circa 12 grammi di lattosio in un'unica assunzione, cioè più o meno un bicchiere di latte, soprattutto se assunto durante un pasto e distribuito nella giornata. Praticamente nessuno ha bisogno di eliminare tutto.
E poi ci sono i latticini che il lattosio quasi non ce l'hanno: i formaggi stagionati (parmigiano, grana, pecorino stagionato, provolone: quantità trascurabili) e lo yogurt, dove i fermenti hanno già fatto una parte del lavoro. Anche il burro ne contiene pochissimo.
Come si diagnostica: breath test all'idrogeno, semplice e non invasivo.
E l'intolleranza comparsa all'improvviso? È la domanda che porta più gente a comprare un test, e quasi sempre la risposta è l'intolleranza al lattosio secondaria. La lattasi sta sulla punta dei villi intestinali, cioè nella parte più esposta: quando la mucosa si infiamma o si danneggia, l'attività dell'enzima cala anche in chi non ha mai avuto problemi. Succede dopo una gastroenterite, dopo un ciclo di antibiotici, in una celiachia non ancora trattata, in una malattia infiammatoria intestinale. La differenza che conta è che è transitoria: quando la mucosa si ripara, e servono settimane o qualche mese, la tolleranza torna. Quindi se il latte ha iniziato a darti fastidio dopo un episodio del genere, la cosa da non fare è concludere che sei intollerante a vita e togliere i latticini per sempre. Si riducono per un periodo, si riprova dopo, e se il fastidio non passa nell'arco di qualche mese si indaga cosa c'è sotto, perché a quel punto il lattosio è il sintomo e non la causa.
Celiachia
La celiachia non è un'intolleranza: è una malattia autoimmune. Il glutine, in chi è geneticamente predisposto, innesca una reazione immunitaria che danneggia la mucosa dell'intestino tenue e ne appiattisce i villi, con conseguente malassorbimento. Riguarda circa l'1% della popolazione.
La differenza pratica con tutto il resto di questa guida è netta: qui non esiste una soglia. Non c'è una quantità tollerabile e non c'è da distribuire il carico. L'esclusione è rigorosa, permanente, e riguarda anche le contaminazioni.
I sintomi possono essere tutt'altro che digestivi, ed è il motivo per cui tante diagnosi arrivano tardi: anemia da carenza di ferro che non risponde all'integrazione, stanchezza cronica, aftosi ricorrente, alterazioni dello smalto dentale, osteopenia, transaminasi mosse, difficoltà di concepimento, dermatite erpetiforme. E ci sono celiaci con sintomi minimi o assenti.
Come si diagnostica: anticorpi anti-transglutaminasi IgA insieme al dosaggio delle IgA totali, che serve a evitare i falsi negativi da deficit di IgA (più frequente tra i celiaci), e poi biopsia duodenale in gastroscopia per la conferma nell'adulto - con un'eccezione recente: nelle linee guida americane più aggiornate, con anticorpi molto alti (dieci volte la soglia) e in casi selezionati, il gastroenterologo può porre diagnosi anche senza biopsia. La decisione è sua, non del laboratorio. La genetica HLA DQ2/DQ8 non fa diagnosi: serve semmai a escluderla, perché se sei negativo la celiachia diventa molto improbabile.
Due cose che aggiungo perché me le chiedono sempre. La prima: il test va fatto anche se "senza glutine sto meglio", perché stare meglio senza glutine non distingue la celiachia dalla sensibilità ai fruttani, e la differenza tra le due è enorme in termini di conseguenze e di controlli nel tempo. La seconda: se in famiglia c'è un celiaco di primo grado il rischio è intorno al 10%, dieci volte quello della popolazione generale, e vale la pena parlarne col medico anche senza sintomi eclatanti.
L'allergia al grano è un'altra cosa ancora, mediata da IgE e di competenza allergologica: rapida, potenzialmente grave, e diversa sia dalla celiachia sia dalla sensibilità.
E le allergie che non si vedono nei test IgE. Esistono allergie alimentari non IgE-mediate - nei bambini piccoli l'esempio classico è l'allergia alle proteine del latte non IgE, e la forma più seria si chiama FPIES: vomito ripetuto a ore di distanza dal pasto, prostrazione. Sono proprio i quadri che più spesso vengono etichettati "intolleranza" a torto, e con prick e IgE negativi. Se il sospetto riguarda un bambino, il percorso è pediatra e allergologo pediatrico, non un test comprato.
Glutine, e la sorpresa dei fruttani
Qui ci sono tre scenari diversi che vengono continuamente mescolati. Il primo è la celiachia, che hai appena letto: autoimmune, va esclusa per prima e mentre mangi ancora glutine. Il secondo è l'allergia al grano, IgE-mediata, rara nell'adulto: compare in fretta ed è materia da allergologo. Il terzo è quello di cui parliamo adesso.
La sensibilità al glutine non celiaca esiste, ma è qui che arriva la parte interessante. Negli studi in cui si sono presi soggetti autodiagnosticati e li si è sottoposti a reintroduzione in cieco, una quota consistente non ha reagito al glutine. Una parte reagiva ai fruttani, i carboidrati fermentabili di cui il frumento è ricco - con un effetto reale ma modesto. E il dato più scomodo è il terzo: la maggioranza non reagiva in modo specifico a niente, e i sintomi comparivano anche con il placebo. Si chiama nocebo: l'aspettativa di stare male che fa stare male davvero, con sintomi fisici autentici.
Tradotto: molte persone che si sono tolte il pane hanno tolto la cosa sbagliata - e spesso l'imputato non esisteva proprio. Il fastidio era reale; il colpevole, a volte i fruttani, più spesso l'aspettativa. E la differenza conta parecchio, perché se il problema sono i fruttani hai margini di manovra enormi, lievitazione lunga, porzioni, distribuzione nella giornata, tipo di cereale, invece di una vita senza glutine di cui non avevi bisogno.
Il lievito
La metto perché è una delle convinzioni più diffuse in Italia, ed è anche uno dei bersagli tipici dei pannelli IgG: se fai quel test, il lievito esce positivo praticamente sempre. Il motivo è banale ed è lo stesso di tutti gli altri alimenti nel referto: lo mangi tutti i giorni.
Una vera allergia ai lieviti esiste, ma è rara e si diagnostica dall'allergologo. Quello che invece non esiste è l'intolleranza al lievito come la si intende comunemente, cioè la spiegazione del fatto che il pane e la pizza ti gonfiano.
Perché ti gonfiano davvero, allora? Quasi sempre per tre motivi che col lievito non c'entrano: i fruttani del frumento (gli stessi di cui abbiamo appena parlato), la quantità (la pizza è un piatto abbondante), e il contesto (mangiata in fretta, la sera tardi, con birra e in compagnia).
C'è anche il motivo per cui il pane a lievitazione naturale lunga è meglio tollerato da tante persone, e non è perché contiene meno lievito. È il contrario: contiene meno fruttani, perché una fermentazione prolungata li degrada in parte. Il lievito, in quel pane, ha lavorato di più, non di meno.
Caseine e la storia A1/A2
Le caseine sono le proteine principali del latte. Girano due discorsi diversi e vanno separati.
L'allergia alle proteine del latte vaccino è reale e seria, frequente nel bambino piccolo (quasi sempre superata crescendo) e rara nell'adulto: è una diagnosi allergologica.
La "sensibilità alle caseine" dell'adulto non è invece una diagnosi: non esistono test né criteri. Su questo si innesta la moda del latte A2, basata sull'idea che la beta-caseina A1 rilasci durante la digestione un peptide responsabile di sintomi digestivi. È un'ipotesi con qualche dato preliminare e nessuna conferma solida: se il latte A2 ti fa stare meglio non ho niente da obiettare, ma stai comprando un'ipotesi, non un fatto.
Nella pratica: la stragrande maggioranza degli adulti convinti di reagire alle caseine ha un problema di lattosio, o non ha nessun problema con i latticini e sta attribuendo a loro sintomi che nascono altrove.
Nichel, il caso italiano
Questo lo metto perché in Italia ha proporzioni che all'estero non ha.
La sindrome da allergia sistemica al nichel (SNAS) esiste ed è una condizione riconosciuta, ma è rara e ha criteri diagnostici precisi. Quello che vedo in studio è molto diverso: persone con una positività al patch test cutaneo, che indica una dermatite da contatto, cioè una reazione della pelle al metallo toccato, non al cibo mangiato, a cui è stata prescritta una dieta a basso contenuto di nichel devastante.
Quelle diete tolgono pomodoro, legumi, frutta secca, cioccolato, avena, spinaci, molluschi, cereali integrali. Cioè tolgono buona parte di quello che serve a un intestino sano, e il costo nutrizionale nel medio periodo è reale.
Il punto tecnico, detto senza giri: un patch test cutaneo positivo dice che la tua pelle reagisce al metallo che tocca. Non è di per sé un'indicazione dietetica. Se ti è stata prescritta una dieta a basso nichel, vale la pena chiedere su quali criteri è stata posta la diagnosi e a chi rivolgersi per rivalutarla, di solito l'allergologo.
Istamina
Tema in forte crescita. L'intolleranza all'istamina è ipotizzata come conseguenza di una ridotta attività dell'enzima diamino-ossidasi, con sintomi aspecifici: mal di testa, arrossamenti, prurito, disturbi digestivi.
Il problema è che non esiste un test validato: il dosaggio della DAO nel sangue, molto venduto, non correla in modo affidabile con i sintomi, e le liste di alimenti "ad alta istamina" che girano sono spesso incoerenti tra loro. L'unico approccio con qualche fondamento è un'eliminazione breve e strutturata con reintroduzione controllata, sotto supervisione, non una dieta a vita basata su un referto.
Prurito in bocca con frutta e frutta secca: pollini e LTP
Questo capitolo manca quasi ovunque, ed è per questo che tante persone non si riconoscono in nessuna delle categorie di questa guida. Se mangiando mela, pesca, ciliegia, nocciola o kiwi ti viene prurito o formicolio a labbra, lingua e gola, quasi subito e in modo riproducibile, non sei intollerante: quella è un'allergia, e va dall'allergologo.
Le forme sono due e la differenza conta parecchio.
La sindrome orale allergica (pollini-alimenti). Chi è allergico a un polline può reagire ad alcuni alimenti vegetali perché contengono proteine molto simili a quelle del polline, e il sistema immunitario le confonde. Chi ha la betulla reagisce spesso a mela, pesca, ciliegia, nocciola, carota; chi ha l'artemisia a sedano, carota, spezie. I sintomi restano quasi sempre localizzati alla bocca, e siccome quelle proteine sono fragili al calore, la stessa frutta cotta o in confettura di solito si tollera. È la ragione per cui qualcuno mangia la torta di mele senza problemi e la mela cruda no.
Le LTP (proteine di trasferimento dei lipidi) sono un'altra storia, ed è quella che in area mediterranea pesa di più: in Italia sono la causa più frequente di allergia alimentare nell'adulto. Al contrario delle precedenti resistono al calore e alla digestione, quindi la cottura non protegge, e possono dare reazioni sistemiche e non solo orali. Stanno soprattutto nella buccia di pesca, mela, ciliegia, albicocca, e poi in noci, nocciole, arachidi, grano, mais. Spesso le reazioni compaiono solo in presenza di un cofattore: esercizio fisico, alcol, FANS, febbre, ciclo mestruale. Ecco perché la stessa persona a volte tollera e a volte no, cosa che assomiglia molto alla dose-dipendenza di un'intolleranza ma non lo è.
Fruttosio, sorbitolo e polioli
Qui il fenomeno è solido, il test molto meno. Il malassorbimento di fruttosio è comune ed è dose-dipendente come tutto il resto - ma il breath test, alle dosi a cui viene fatto, risulta positivo anche in una buona parte delle persone sane: vale quanto scritto nella zona grigia dei test, conta il quadro clinico, non il verdetto del referto. Nel concreto: il fruttosio della frutta intera si assorbe molto meglio di quello degli sciroppi e delle bibite, e migliora se assunto insieme al glucosio.
Sorbitolo, mannitolo, xilitolo e maltitolo sono zuccheri-alcol presenti naturalmente in alcuni frutti (prugne, pere, ciliegie, funghi) e aggiunti in gran quantità nei prodotti "senza zucchero". Fermentano molto e richiamano acqua. Sono i responsabili di una fetta di gonfiori che nessuno sospetta perché "ma io mangio sano, prendo solo le gomme senza zucchero".
Un cugino raro di questa famiglia merita una riga: il deficit di saccarasi-isomaltasi, congenito, in cui è il saccarosio (lo zucchero da cucina) a non essere digerito. È poco frequente ma sempre più riconosciuto negli adulti, e viene scambiato per colon irritabile per anni. Se i sintomi esplodono con dolci, frutta e amidi ma non col lattosio, è una domanda da fare al gastroenterologo.
Fruttosio e polioli, intanto, ci portano dritti alla FODMAP: ci arriviamo tra due sezioni.
E le cose che pesano a tutti (che intolleranze non sono)
Prima di chiudere la lista degli imputati, una categoria che ne viene sempre confusa: le sostanze farmacologicamente attive degli alimenti. La caffeina che accelera il transito e in dose alta dà tachicardia e ansia a chiunque, questione di soglia personale. L'alcol, che irrita e rilassa lo sfintere esofageo. I solfiti del vino e della frutta secca industriale, che in una minoranza di asmatici scatenano crisi vere. La tiramina dei formaggi molto stagionati e degli insaccati, associata alla cefalea in chi è predisposto. Un pasto molto grasso o molto piccante, che impegna chiunque.
Niente di tutto questo è un'intolleranza: è farmacologia del cibo, dose-dipendente per definizione, e vale per tutti. È lo stesso principio del carico che si somma dell'altra guida: prima di cercare un difetto in te, controlla la dose.
I test: quali sono attendibili e quali no
Su questo niente equilibrismi: sono netto: c'è un mercato che vive sulla paura delle intolleranze e vende esami senza fondamento. Il danno non è solo economico. È che ti restituiscono una lista di venti alimenti da eliminare, e tu ti impoverisci la dieta per mesi inseguendo un referto che è stato generato a caso.
Senza validità diagnostica
- Test IgG e IgG4 — Misurano l'esposizione, non la reazione. Sconsigliati dall'EAACI
- Test del capello e mineralogrammi — Nessuna base per diagnosticare intolleranze
- Vega test, biorisonanza, kinesiologia — Nessuna plausibilità biologica, non superano i test in cieco
- Test citotossico (ALCAT e simili) — Non riproducibile
- Test del microbiota con consigli alimentari — La tecnologia è reale, l'interpretazione clinica no
- Test genetici "per la dieta" (nutrigenetica) — Varianti comuni con effetti minimi, spacciate per prescrizioni
- Iride, elettroagopuntura, "test in farmacia con la pinza" — Nessuna base, in nessuna delle loro versioni
Esami utili nel percorso
- Breath test all'idrogeno (lattosio) — Valido, con due riserve importanti: le trovi nella zona grigia qui sotto
- Anti-transglutaminasi IgA + IgA totali — Celiachia, con biopsia duodenale a conferma
- Prick test e IgE specifiche — Allergie, prescritti dall'allergologo
- Test di provocazione orale — In ambiente controllato: resta il riferimento
- Genetica HLA DQ2/DQ8 — Solo per escludere la celiachia, non per diagnosticarla
- Calprotectina fecale — Non è un test per le intolleranze: distingue un quadro infiammatorio da uno funzionale, ed è per questo che rientra nel percorso
- Diario alimentare con eliminazione e reintroduzione — Il miglior strumento pratico, con un limite dichiarato più sotto
La zona grigia, detta senza sconti
Un binario secco "funziona / non funziona" sarebbe la stessa semplificazione che rimprovero agli altri, quindi eccola, la parte scomoda.
Breath test al lattosio. Misura il malassorbimento, non l'intolleranza: una quota di malassorbitori non ha alcun sintomo. Il test dice qualcosa se i sintomi compaiono durante l'esame, non solo se la curva sale. E il 15-20% delle persone non produce idrogeno: risultato falsamente negativo, che nei laboratori seri si aggira misurando anche il metano. All'opposto, un transito molto rapido può far salire la curva in anticipo e dare un falso positivo.
Breath test al fruttosio e al sorbitolo. Qui la colonna verde ha bisogno di un asterisco grande: le dosi usate nei test sono sovrafisiologiche, e a quelle dosi malassorbe anche una buona parte delle persone sane - col sorbitolo praticamente tutte. Un risultato positivo, da solo, dice poco: ha senso solo dentro un ragionamento clinico che parte dai sintomi, mai come verdetto. I consensi internazionali sui breath test li hanno ridimensionati proprio per questo.
Breath test per la sovracrescita batterica (SIBO). Vale quello che leggerai nella sezione bufale, e lo anticipo qui perché la coerenza conta più della tabella: il test esiste ma è fragile - un transito veloce lo falsa - e ha senso solo dentro un percorso gastroenterologico, mai comprato da soli come spiegazione del gonfiore.
E il diario con eliminazione e reintroduzione, che resta lo strumento pratico migliore, ha il suo limite dichiarato: è in aperto, quindi esposto all'aspettativa - lo stesso meccanismo che più sotto smonta l'autodiagnosi sul glutine. Per questo una singola positività si riverifica una seconda volta prima di diventare un'esclusione.
Due precisazioni su altrettante voci della colonna rossa, perché sono le più vendute in questo momento.
Sui test IgG e IgG4 esiste un documento preciso: il Task Force Report dell'EAACI, l'accademia europea di allergologia, che ha stabilito che il dosaggio delle IgG4 verso gli alimenti non va usato come strumento diagnostico, perché indica che l'organismo è stato ripetutamente esposto a quei componenti ed è semmai un indicatore di tolleranza, non di ipersensibilità (Stapel et al., Allergy 2008). La posizione è stata poi condivisa dall'accademia americana e da quella canadese.
Sui test genetici "per la dieta", quelli che promettono di dirti se sei predisposto a intolleranze o quale alimentazione fa per te: si vendono negli stessi banconi degli IgG e con la stessa retorica, ma il problema è diverso. Le varianti che analizzano sono quasi sempre comuni nella popolazione e con effetti individuali minimi, e la distanza tra "questa variante è associata a un effetto medio in uno studio" e "tu devi mangiare così" è enorme. Fanno eccezione poche cose davvero informative, come la genetica della persistenza della lattasi o l'HLA per la celiachia, che però sono esami mirati con un'indicazione precisa, non pannelli venduti a pacchetto.
Perché vengono venduti lo stesso
Domanda giusta, e la risposta è semplice: vengono commercializzati in modo da non essere trattati come esami diagnostici. Le formule "test di orientamento" o "screening di sensibilità" non hanno significato clinico, ma spostano il prodotto fuori dall'uso diagnostico dichiarato; e per anni, sotto la vecchia direttiva europea, la marcatura era in gran parte autocertificata. Il regolamento IVDR, dal 2022, ha alzato parecchio i requisiti - ma il gioco delle formule di orientamento non è sparito.
Il secondo motivo è che danno sempre un risultato positivo per qualcosa. Nessuno esce da quel test con un foglio bianco. Pensaci: hai mai sentito qualcuno dire "ho fatto il test delle intolleranze ed è uscito tutto negativo"? E siccome dopo togli venti alimenti e nelle prime settimane ti senti meglio (perché hai anche ridotto le quantità, gli alcolici e i pasti fuori), la conferma sembra arrivare.
Come si scopre davvero un'intolleranza
Questa è la parte che nessuno vende, perché non c'è niente da comprare. Ed è anche l'unica che funziona.
Il percorso in tre domande
Se vuoi saltare la teoria e capire dove sei, rispondi a queste tre nell'ordine.
1. I tuoi sintomi sono gastrici o intestinali?
Gastrici (pesantezza, pienezza precoce, bruciore dopo mangiato, e variabili da un pasto all'altro): non ti serve un test. Ti serve cambiare come mangi. Vai alla checklist dell'igiene digestiva.
Intestinali (gonfiore, gas, alterazioni dell'alvo, dopo mezz'ora o qualche ora): vai alla domanda 2.
2. Hai già fatto gli esami per la celiachia?
No, e mangio ancora glutine: falli adesso, prima di qualunque eliminazione. Sono prescrivibili dal medico di base. Vai alla sezione celiachia.
No, e ho già tolto il glutine: gli esami adesso non sono attendibili. Parlane col medico: serve un periodo di reintroduzione prima di testare.
Sì, negativi: vai alla domanda 3.
3. Hai già tolto alimenti di tua iniziativa?
Sì, e non è cambiato niente: rimettili, uno alla volta e gradualmente, e riparti dalle cause banali. Quello che hai eliminato non era il problema.
Sì, e sto meglio: non fermarti qui. Serve la reintroduzione a dosi crescenti per capire quanto ne tolleri, altrimenti resti con un'esclusione totale che quasi certamente non ti serve.
No, non ho tolto niente: ottima posizione di partenza. Breath test per il lattosio se il sospetto è quello (quello al fruttosio da solo dice poco: zona grigia dei test); altrimenti eliminazione e reintroduzione strutturata, un gruppo alla volta.
Prima regola: i test si fanno prima di togliere
È l'errore più costoso di tutta la guida, e lo vedo continuamente. La persona sospetta il glutine, lo toglie per tre mesi, sta un po' meglio, e poi va a fare gli esami per la celiachia. A quel punto gli esami sono inutili, perché senza glutine gli anticorpi si negativizzano e la mucosa si ripara.
Il risultato è che per avere una diagnosi devi rimangiare glutine per settimane, stando male apposta. Molti a quel punto rinunciano, e restano per sempre con un dubbio invece che con una risposta.
Seconda regola: prima le cause banali
Prima di cercare un'intolleranza vale la pena escludere le spiegazioni semplici, perché sono molto più frequenti: mangiare in fretta, porzioni abbondanti, poca acqua, poco movimento, sonno scarso, stress, e i dolcificanti in -olo di gomme e prodotti "senza zucchero".
Non è un rinvio: se non le togli di mezzo prima, qualunque risultato ottieni dopo è mescolato a quelle variabili e non ti dice niente di affidabile. Le trovi tutte nella checklist dell'igiene digestiva.
Terza regola: eliminare e reintrodurre, in quest'ordine e con un metodo
Quando i test validi non danno una risposta, resta lo strumento più antico e più efficace: la dieta di eliminazione seguita dalla reintroduzione controllata. Ma va fatta come si deve, altrimenti produce le stesse convinzioni sbagliate dei test che non funzionano.
- Un diario prima, non durante. Due settimane in cui non cambi niente e annoti solo cosa mangi e come stai, con il sintomo da 0 a 10. Serve ad avere un punto di partenza, altrimenti non hai un confronto.
- Elimini un gruppo alla volta, non sette insieme. Se togli tutto contemporaneamente e stai meglio, non saprai mai per cosa.
- Due-quattro settimane, non di più. Se in quel tempo non cambia niente, quell'alimento non era il problema: si rimette e si passa oltre.
- Poi la reintroduzione, che è la parte che conta. Si rimette l'alimento a dosi crescenti, con giorni di pausa, annotando le reazioni. È qui che scopri la tua soglia, cioè l'informazione utile: non "sì o no", ma "quanto".
- Lontano dai giorni sbagliati. Niente test in fase premestruale, in settimane di stress acuto o durante un viaggio: i risultati sono falsati e ti costruisci una convinzione su un dato sporco.
A chi ci si rivolge
Domanda pratica e legittima, e la risposta cambia a seconda del sospetto.
- Medico di base: è il primo passo per quasi tutto. Prescrive gli esami per la celiachia e indirizza dove serve.
- Gastroenterologo: per la diagnosi di celiachia, colon irritabile, malattie infiammatorie intestinali, e per i breath test in un percorso clinico.
- Allergologo: per le allergie vere, i prick test, le IgE specifiche e il test di provocazione orale.
- Nutrizionista: costruisce e accompagna la dieta di eliminazione e soprattutto la reintroduzione, che è la fase in cui si fanno più danni da soli. E ricostruisce la dieta dopo, che spesso è il lavoro più lungo.
Quello che nessuno di questi fa è venderti un test da sessanta euro con venti alimenti evidenziati.
La dieta FODMAP, spiegata bene
FODMAP è un acronimo inglese che sta per oligosaccaridi, disaccaridi, monosaccaridi e polioli fermentabili. Tradotto: un gruppo di carboidrati a catena corta che hanno due caratteristiche in comune, vengono assorbiti poco nel tenue e fermentano rapidamente nel colon.
Risultato: richiamano acqua, producono gas, distendono la parete intestinale. In una persona con sensibilità viscerale normale questo produce al massimo un po' di aria. In una persona con colon irritabile, produce dolore.
- Oligosaccaridi: fruttani e galattani
- Disaccaridi: lattosio
- Monosaccaridi: fruttosio in eccesso
- Polioli: sorbitolo, mannitolo
Dove stanno, in concreto: frumento, orzo, segale, cipolla, aglio, legumi, latticini freschi, mela, pera, anguria, ciliegie, susine, cavolfiore, funghi, dolcificanti in -olo.
Il punto che cambia tutto
Guarda quella lista. Sono in gran parte alimenti sani, e diversi di loro sono i prebiotici migliori che abbiamo. Non stiamo eliminando spazzatura: stiamo togliendo temporaneamente cose che fanno bene, per capire quale sia il tuo limite.
Ed è precisamente per questo che la FODMAP non è una dieta da fare a vita, e non è una dieta da fare da soli. Toglierla e basta significa impoverire la dieta e il microbiota, e nel medio periodo peggiorare la tolleranza. È un'indagine mascherata da dieta.
E il quadro onesto delle prove, visto che qui sono netto con tutti: le linee guida americane la raccomandano in modo condizionale, su evidenza di bassa qualità, e nei confronti diretti una buona consulenza dietetica tradizionale ottiene risultati simili. Funziona, ma non è magia: è metodo. E il metodo, come hai letto, sta tutto nella reintroduzione.
E se ti serve solo qualche giorno di tregua nei momenti acuti, senza il percorso completo: la versione light di questo approccio - la Light Digest - è nella guida su pancia gonfia, stitichezza e digestione.
Le tre fasi
- Eliminazione, 4-6 settimane. Si riducono drasticamente tutti i gruppi. Se in 4-6 settimane non è cambiato niente, la FODMAP non è la tua strada e si smette: si è imparata comunque una cosa utile.
- Reintroduzione, 6-8 settimane. La fase che conta e che quasi tutti saltano. Si reintroduce un gruppo alla volta, a dosi crescenti, con giorni di pausa, annotando le reazioni. È qui che scopri che i fruttani ti danno problemi ma il lattosio no, oppure che sopporti benissimo tutto tranne i polioli.
- Personalizzazione, per sempre. Si costruisce la dieta più ampia possibile che ti tiene senza sintomi. L'obiettivo dichiarato è rimettere dentro il massimo, non tenere fuori il massimo.
Un inquadramento della FODMAP rispetto agli altri approcci nutrizionali lo trovi nella guida ai tipi di diete.
Le bufale: leaky gut, SIBO, candida, parassiti
Ho scelto di mettere qui solo cose che incontro davvero nella pratica clinica, portate da persone reali con referti reali. Non l'ultima moda di TikTok che sparirà tra tre mesi. E il taglio è sempre lo stesso, perché è quasi sempre il taglio giusto: il fenomeno esiste, la versione che ti vendono no.
Leaky gut e intestino permeabile: cosa c'è di vero
Ho l'intestino permeabile. Me lo sento dire spesso, e quasi sempre chi lo dice ha letto un articolo o ha in mano un referto.
La permeabilità intestinale è un fenomeno fisiologico reale, regolato, misurabile in ricerca, e alterato in alcune condizioni documentate (celiachia attiva, malattie infiammatorie intestinali, ustioni estese, alcolismo). Fin qui, scienza.
Quello che non esiste è il test che ti vendono per misurarla - la zonulina fecale o sierica non ha validità clinica: i kit commerciali misurano male e spesso nemmeno la molecola giusta. E quello che non esiste è la "leaky gut syndrome" come diagnosi autonoma dell'adulto sano, causa di stanchezza, brufoli, nebbia mentale e chili di troppo, curabile con un protocollo di riparazione in tre mesi a base di glutammina e collagene. Quella non è una malattia: è un modello di business. Nota anche che, dove la permeabilità alterata c'è davvero, è quasi sempre conseguenza della malattia, non causa.
SIBO: quando è una diagnosi seria e quando è un'etichetta
La sovracrescita batterica del piccolo intestino esiste, ha un breath test, ha una terapia antibiotica specifica ed è una diagnosi gastroenterologica seria, spesso secondaria a qualcos'altro (alterazioni della motilità, esiti chirurgici, patologie del connettivo).
Il problema non è la SIBO: è l'iperdiagnosi. È diventata l'etichetta di ripiego per qualunque gonfiore, con breath test venduti fuori da un percorso clinico, letti male, e seguiti da cicli di erboristeria "antimicrobica" senza alcun controllo. Se hai fatto il test da solo perché l'hai visto su Instagram, il referto va portato a un gastroenterologo, non a un integratore.
Candida intestinale e "disbiosi": perché non sono diagnosi
La candida fa parte del nostro micobiota normale. Le candidosi invasive sono serissime e riguardano persone immunocompromesse in ambiente ospedaliero: la "candidosi intestinale cronica" dell'adulto sano con dieta anti-candida non è una diagnosi riconosciuta, e quelle diete eliminano frutta, cereali, lieviti e zuccheri per mesi senza risolvere niente.
"Disbiosi" è invece una parola vera usata in modo vuoto: descrive un'alterazione della comunità microbica, ma senza un microbiota normale di riferimento non c'è modo di dire che il tuo è alterato. Quando la trovi su un referto commerciale, è quasi sempre l'anticamera della vendita di un integratore.
Le cure per i parassiti funzionano?
Questa è la moda del momento e merita di essere smontata bene, perché sta arrivando anche in studio.
Il meccanismo è sempre lo stesso: si prende una lista di sintomi generici, gonfiore, insonnia, voglie di dolce, bruxismo, mal di testa, stanchezza, e la si attribuisce a parassiti che avresti senza saperlo. Poi si vende un protocollo a base di assenzio, noce nera e olio di ricino. La posizione clinica è netta: non c'è evidenza che quei piani alimentari o quegli integratori eliminino parassiti dall'organismo. Le parassitosi vere esistono eccome, si diagnosticano con esami specifici delle feci, e si trattano con farmaci mirati, diversi a seconda del parassita. Non esiste un rimedio unico che li elimini tutti, e nessun professionista serio te ne prescriverebbe uno "a scopo preventivo".
Sulle foto di quello che "è uscito" dopo il trattamento: nella grande maggioranza dei casi si tratta di materiale mucoso e residui prodotti dal protocollo stesso, non di vermi. Se sospetti davvero una parassitosi, e ci sono situazioni in cui è sensato, per esempio dopo un viaggio, la strada è il medico e l'esame parassitologico.
Esiste un integratore che sistema l'intestino?
Non c'è. E ti do il criterio che uso io, che vale per qualunque prodotto, adesso e tra cinque anni:
Se un integratore promette di risolvere insieme gonfiore, stanchezza, pelle, umore e peso, non ti sta descrivendo un meccanismo: ti sta descrivendo un pubblico. I prodotti che funzionano hanno un'indicazione stretta, un dosaggio preciso e una durata definita. I prodotti che promettono tutto stanno vendendo la speranza di non dover cambiare niente.
I nomi che girano in questo momento, glutammina, colostro, aloe, brodo di ossa, aceto di mele, enzimi digestivi da banco, argilla, carbone vegetale, non "riparano" nulla. Alcuni hanno usi legittimi molto circoscritti, in contesti clinici specifici. Nessuno è la soluzione del tuo gonfiore.
Pulizia del colon e idrocolonterapia
L'idrocolonterapia e le "pulizie" con clisteri ripetuti non hanno benefici dimostrati e hanno rischi reali e documentati: squilibri elettrolitici, disidratazione, alterazione della flora, e in casi rari perforazione. Il colon si pulisce da solo. È letteralmente il suo mestiere.
Punti chiave
- L'intolleranza è dose-dipendente, l'allergia no. La domanda utile non è "posso mangiarlo", è "quanto".
- I test si fanno prima di togliere. Per la celiachia è tassativo: senza glutine gli anticorpi si negativizzano e la mucosa si ripara, quindi gli esami risultano normali anche in un celiaco.
- IgG, capello, Vega test, kinesiologia, citotossico, microbiota commerciale: nessun valore. Restituiscono liste di eliminazioni generate di fatto a caso.
- I test validi sono pochi: breath test all'idrogeno (con le riserve della zona grigia), anticorpi per la celiachia, prick test e IgE specifiche, provocazione orale. La calprotectina non cerca intolleranze, ma nel percorso serve a distinguere un quadro infiammatorio da uno funzionale.
- La celiachia non è un'intolleranza: è una malattia autoimmune, non ha una soglia, e l'esclusione è rigorosa e permanente.
- Nessuno è intollerante a venti alimenti. Se il referto ne elenca venti, il problema è il referto.
- La maggior parte degli intolleranti al lattosio tollera circa 12 grammi in un'unica assunzione, e i formaggi stagionati praticamente non ne contengono.
- Molti che si sono tolti il pane hanno tolto la cosa sbagliata: a volte il colpevole sono i fruttani, più spesso non è nessuno dei due: negli studi in cieco la maggioranza reagiva anche al placebo.
- La FODMAP è un'indagine, non una dieta. Senza la fase di reintroduzione fa più danni che benefici.
- Leaky gut, candidosi dell'adulto sano e cure per i parassiti non sono diagnosi. I fenomeni sottostanti a volte esistono, i protocolli che ti vendono no.
- L'obiettivo non è la lista più corta di alimenti che tolleri, ma la più lunga. Ogni volta che togli qualcosa, dovresti già sapere quando proverai a rimetterlo.
Domande frequenti
L'intolleranza è una reazione a una molecola precisa (il lattosio, i fruttani) e dà sintomi intestinali: gas, gonfiore, alterazioni dell'alvo, dopo mezz'ora o qualche ora. L'indigestione (dispepsia) è lo stomaco che lavora male e dà sintomi gastrici: pesantezza, pienezza dopo poche forchettate, bruciore, nausea, durante o subito dopo il pasto. La differenza pratica: l'intolleranza dipende da cosa mangi, la cattiva digestione da quanto, come e in che stato. La variabilità da sola invece non discrimina: anche un'intolleranza vera, essendo dose-dipendente, a volte passa e a volte no.
No, ed è una distinzione che cambia tutto. La celiachia è una malattia autoimmune: il glutine innesca una reazione che danneggia la mucosa dell'intestino tenue. Riguarda circa l'1% della popolazione e, a differenza di un'intolleranza, non ha una soglia: l'esclusione è rigorosa e permanente, contaminazioni comprese. Si diagnostica con anticorpi anti-transglutaminasi IgA più IgA totali, e biopsia duodenale nell'adulto. I sintomi possono anche non essere digestivi: anemia che non risponde al ferro, stanchezza, aftosi, transaminasi mosse.
I pannelli venduti in farmacia o nei centri privati costano in genere fra i 60 e i 150 euro a seconda di quanti alimenti includono, e sono a carico tuo. Il punto però non è il prezzo: è che stai pagando un esame senza validità diagnostica, e il costo vero arriva dopo, quando elimini alimenti per mesi sulla base di quel foglio. Gli esami che servono davvero (anticorpi per la celiachia, breath test, prick test e IgE specifiche) sono in buona parte prescrivibili dal medico e a carico del servizio sanitario, con il solo ticket dove previsto. Prima di comprare un test privato, chiedi al tuo medico se quello che ti serve è già prescrivibile: molto spesso lo è.
Dipende da quale. Non hanno validità diagnostica: test IgG e IgG4, test del capello e mineralogrammi, Vega test, biorisonanza, kinesiologia, test citotossico (ALCAT e simili), test del microbiota con raccomandazioni alimentari. Le società scientifiche di allergologia ne sconsigliano esplicitamente l'uso. Sono validi: breath test all'idrogeno (per il lattosio, e con le riserve spiegate nella guida), anticorpi anti-transglutaminasi con IgA totali per la celiachia, prick test e IgE specifiche dall'allergologo, test di provocazione orale, calprotectina fecale.
Dipende cosa cercano. Gli anticorpi per la celiachia e le IgE specifiche per le allergie sono esami del sangue validi e prescrivibili. I test che dosano le IgG verso decine di alimenti no: misurano una risposta immunitaria del tutto normale all'esposizione. Avere IgG verso il grano significa che mangi il grano, non che ti faccia male.
Si parte dal medico di base, che prescrive gli esami per la celiachia e indirizza dove serve. Il gastroenterologo per celiachia, colon irritabile e breath test dentro un percorso clinico. L'allergologo per prick test, IgE specifiche e provocazione orale. Il nutrizionista non prescrive test diagnostici: costruisce la dieta di eliminazione e soprattutto la reintroduzione.
Nell'ordine: escludi prima le cause banali (fretta, porzioni, poca acqua, poco movimento, sonno, dolcificanti in -olo); poi fai i test validi che riguardano il tuo sospetto, prima di togliere qualcosa; se non danno risposta, si passa a una dieta di eliminazione di 2-4 settimane su un gruppo alla volta, seguita dalla reintroduzione a dosi crescenti. È la reintroduzione che ti dà l'informazione utile: non "sì o no", ma quanto.
Quasi mai. È dose-dipendente: la maggior parte delle persone tollera senza sintomi rilevanti circa 12 grammi di lattosio in un'unica assunzione, cioè grossomodo un bicchiere di latte, soprattutto se assunto dentro un pasto. I formaggi stagionati (parmigiano, grana, pecorino, provolone) ne contengono quantità trascurabili, lo yogurt è generalmente ben tollerato e il burro ne ha pochissimo.
Non prima di aver fatto i test per la celiachia, e vanno fatti mentre stai ancora mangiando glutine: toglierlo prima li negativizza e rende la diagnosi impossibile. C'è poi un secondo motivo: negli studi in cieco buona parte delle persone convinte di reagire al glutine reagiva in realtà ai fruttani del frumento. Se il colpevole è quello hai molti più margini (lievitazione lunga, porzioni, tipo di cereale) che una vita senza glutine.
Di solito da trenta minuti a qualche ora, e i sintomi sono prevalentemente digestivi: gonfiore, gas, dolore, alterazioni dell'alvo. È diverso dall'allergia, che è più rapida e riproducibile anche con quantità minime. Attenzione ai referti che attribuiscono a un'intolleranza sintomi comparsi giorni dopo: quella finestra è così ampia da rendere impossibile qualunque attribuzione.
È sconsigliato, e non per protezionismo. La fase di eliminazione è la parte facile e si trova ovunque online; quella che determina il risultato è la reintroduzione strutturata, ed è quella che quasi tutti saltano facendola da soli. Restare in eliminazione impoverisce dieta e microbiota e nel medio periodo peggiora la tolleranza: è una dieta diagnostica a termine, non uno stile alimentare.
Oggi no. La tecnologia è reale e la ricerca è seria, ma non esiste un microbiota "normale" di riferimento, quindi nessuno è in grado di tradurre quelle percentuali in una prescrizione alimentare validata. Quando il referto arriva con l'integratore abbinato, hai anche l'informazione su chi ha scritto le raccomandazioni. La cosa utile puoi farla gratis: aumentare il numero di specie vegetali diverse che mangi ogni settimana.
Le parassitosi esistono, ma si diagnosticano con esami parassitologici delle feci e si trattano con farmaci mirati, diversi a seconda del parassita. I protocolli a base di assenzio, noce nera e olio di ricino che circolano sui social non hanno evidenza di efficacia, e la lista di sintomi con cui vengono proposti (gonfiore, stanchezza, insonnia, voglie di dolce) è talmente generica da adattarsi a chiunque. Se hai un sospetto reale, per esempio dopo un viaggio, la strada è il medico.
Si rimettono, ma uno alla volta e gradualmente, non tutti insieme. Dopo mesi di esclusione la tolleranza spesso si abbassa davvero - per i fermentabili è il microbiota che si è adattato a non riceverli; per il lattosio l'enzima non cambia, ma il colon disabituato protesta di più, e reintrodurli di colpo può dare sintomi che sembrano confermare il test. Non è la prova che avevi ragione, è l'effetto della sospensione. Con una reintroduzione fatta con calma, la maggior parte di quegli alimenti torna senza problemi.
Ricevo in 4 studi: Cordenons (PN) presso Fisiomed, Via Sclavons 54/A (sede principale); Udine presso Riabimed, Viale Venezia 100; Casarsa della Delizia (PN) presso New Athletic Gym, Via Valvasone 86 (solo sabato); San Vito al Tagliamento (PN) presso Centro Salute Donna e Bambino, Via Pantaleoni 8. Contattami al 351 777 2835.
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